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Diario
14 maggio 2011
Apparenza e caducità

“Diceva Roberto Longhi che ci sono pittori di «mezzo Rinascimento», di Rinascimento «umbratile» (così li chiamava), che toccano il vero come si tocca una pesca: Masolino, Pisanello; pittori che altro non chiedono e amano se non di sentire e vedere le cose come appaiono, le apparenze divinamente superficiali del mondo, l’epidermide, la superficie vellutata del vero; e pensava al Veneto, il Veneto del grande Antonio Vivarini, come culla e radice di questo affabile Medioevo, di questo goticismo appena ombreggiato da una tintarella di Rinascimento. Dovendo trapiantare ideali simili in pieno Novecento, a chi si pensa? Dove trovare la delicatezza, il gusto e la rugiada del mondo, il sapore del mondo come la polpa di un frutto o la freschezza di un fiore? Si pensa a De Pisis, naturalmente; o meglio, si penserebbe a De Pisis; a quel pennello leggero, fuggitivo, incostante, veneto-emiliano; alla gioia degli occhi, alle immagini senza perché, alle carezze lasciate cadere sulle cose che passano e muoiono, ancora stillanti; se non fosse, nascosto ma forte, l’odore acre e guasto, il sospetto di decomposizione, putrefazione, corruzione che si sprigiona dalle immagini come un profumo di cimitero, un profumo dolciastro, da veglia funebre, un alito religioso o un presagio di morte. Momentanei e caduchi, rosa e grigi, i fiori e i nudi di De Pisis hanno qualcosa di marmoreo, non ci appaiono neppure malati; sanno di cenere, hanno un rigore cadaverico che grida più forte della loro dolcezza. Questo rigore è la loro oscenità, un guizzo di vita che si prolunga varcata la soglia, già iniziato il processo di morte” (Cesare Garboli).
| inviato da Endimione il 14/5/2011 alle 20:9 | |
11 novembre 2010
Sonnambulismi
In questi giorni faccio fatica a addormentarmi. Il sonno, come un’acqua densa, sembra opporre resistenza, sebbene il corpo e la mente siano così stanchi e affaticati da non desiderare altro che annegarsi subito. E quando infine riesco a addormentarmi, invece di inabissarmi dolcemente sul fondo di me stesso come accade di solito sembra che io mi dibatta nelle acque putride del mio subconscio, agitate dai miei sommovimenti interiori. La mia mente non è più una spugna che quando si addormenta si impregna dell’acqua del sonno fin che questo riempia ogni cavità del mondo emerso e ne faccia un fondale notturno; è piuttosto un messaggio in bottiglia, che pur affondando nel mare di Morfeo mantiene inalterato ciò che ci è stato scritto di giorno, nella camera stagna delle sue – le mie – ossessioni. Così che non c’è mai scampo a me stesso.
Non ho nulla da temere dai relitti che la mattina ritrovo in superficie, arenati sulla spiaggia della veglia ritrovata: i sogni. Conosco bene i miei problemi di questi giorni: problemi pratici, oggettivi, questioni da risolvere di cui sono ben consapevole anche in veglia. Non ho bisogno di scandagli psicanalitici per individuarli: l’inconscio, di notte, non fa che prendere il testimone dell’io per continuare la sua corsa nel sonno e impedirmi il riposo. Si limita a tingere nelle tinte più fosche del fondo marino ciò che di giorno si agita alla luce. I miei sogni non sono sfingi, in questi giorni: sono animali feroci ma loquaci, privi di mistero. Ciò che mi inquieta non sono eventuali rivelazioni di me stesso a me stesso: è l’inedito intreccio tra sonno e veglia.
Perché è come se, mio malgrado, trascinassi la veglia nel sonno e poi il sonno nella veglia. Così da non sentirmi mai completamente addormentato – o completamente sveglio. Quando, con difficoltà, riesco a addormentarmi, immergo nell’acqua densa del sonno i miei problemi della veglia; ma poi una volta sveglio non riconquisto l’aria limpida della mente lucida, perché i sogni continuano a dominarmi anche di giorno: l’opacità del terrore e del panico vissuti di notte si riversa sulla mia giornata, offuscando i pensieri. I risvegli, in questi giorni, sono sempre turbati e improvvisi, sicché il ricordo dei sogni traghetta verso il giorno questo senso di claustrofobia e soffocamento da discesa in fondo al mare di cui sono impregnati.
Così il sonno e la veglia, di solito due mondi nettamente separati, si riversano l’uno nell’altro come sabbia di una clessidra impazzita, a scardinare le fasi del tempo, i tempi del dominio: dell’io o dell’inconscio. Ognuno pianta la propria bandiera nel terreno dell’altro, e il paesaggio diventa confuso e composito, un ibrido: e cosa accade quando sogno e realtà si fondono ce l’hanno insegnato i surrealisti C’è infatti un senso di irrealtà, in questi miei giorni, ma uso questa parola pur sapendo che è solo una convenzione: si chiama irreale ciò che non corrisponde alla realtà fisica, come fosse l’unica; ciò che è irreale, o meglio inusuale, come un rimescolarsi di terra e mare, è il bizzarro rimpaginarsi di diversi piani del reale. Mi sento conteso tra me e me sul mio stesso terreno, facendomelo mancare sotto i piedi. Vivo una sorta di sonnambulismo esistenziale.
L’importanza del sonno anche in veglia è una delle tante impagabili intuizioni proustiane, tanto che fu posto in apertura della Recherche. All’inizio, naturalmente, non fu capito. Uno dei vari responsi negativi dai primi che lessero Dalla parte di Swann, spedito da Proust a vari editori nel tentativo di farlo pubblicare, fu di un lettore della casa editrice Eugène Fasquelle, che stigmatizzò appunto l’insolito avvio del romanzo: «Un tizio ha delle insonnie. Si rigira nel letto e rimugina nel dormiveglia alcune impressioni e allucinazioni di cui certune lo riportano alle sue difficoltà di addormentarsi, quand’era bambino, nella casa di campagna della sua famiglia a Combray. Diciassette pagine!». Riduce così a «caso patologico» una rivelazione sulla verità dell’uomo. Non capisce quanto il mondo del sonno abbia a che fare con la vita attiva, nonostante ne sia l’apparente contrario. Ed è proprio questo convivere degli opposti ciò che sto vivendo in questi giorni.
La cosa che mi turba di tutto ciò – al di là di un certo disagio che riconosco come una difficoltà momentanea, piccola e privata, che prima o poi passerà – è che mi sembra di vivere nel concreto della mia vita personale una condizione che ho sempre considerato vera a un altro livello, più metafisico, per così dire. Almeno, da quando ho letto Shakespeare. Perché io sono certo (è questa la mia unica convinzione religiosa, nel senso di attinente allo spirito) che “siamo fatti della stessa sostanza dei sogni e la nostra piccola vita è circondata dal sonno”. La natura insostanziale della realtà concreta è l’oscuro segreto delle cose, ciò che ha a che vedere con la sua sostanza, in un convivere degli opposti come del sonno con la veglia. Solo che questo segreto è di solito confinato al mondo acquatico e notturno delle verità insondabili, o solo saltuariamente attinte. E come si fa a affrontare il sentiero della vita quotidiana sentendosi sonnambuli su un terreno metafisico?
| inviato da Endimione il 11/11/2010 alle 17:23 | |
7 ottobre 2010
La pagina bianca
Giorni e giorni senza scrivere.
Ho dovuto guatare le pagine bianche del mio quaderno. Come chi “si volge all’acqua perigliosa e guata”. Le ho avvicinate gradualmente. Un giorno, estraendo il quaderno dalla borsa; il giorno dopo, posandolo sulla scrivania, davanti a dove sono seduto tutto il giorno, in modo che il monito non venisse meno. Le ho annusate come un cane guardingo fiuta la preda per assicurarsi che sia davvero morta. No, non mordevano. Sono riuscito a aprire il quaderno solo a notte fonda. Ma invece di incidervi il dente della mia penna mi sono messo a leggere vecchie pagine. La gradualità è d’obbligo, per un passo così lungo: la gamba della mia volontà è sempre malferma. Riaccostarsi a queste pagine significa riaccostarsi a sé stessi. Non che, quando non scrivo, non ci sia introspezione in me, ovviamente: non c’è la sua espressione, che è il dente, necessario e avvelenato, per rendere completa la mia aderenza alla carne dello spirito, me stesso a me stesso.
La liturgia dello scrivere vuole che si sacrifichi sempre sé stessi sul suo altare. E la pagina bianca, come l’ostia per Cristo, è insieme corpo e simbolo di questo sacrificio.
| inviato da Endimione il 7/10/2010 alle 23:38 | |
29 settembre 2010
Ich bin der Welt abhanden gekommen
| inviato da Endimione il 29/9/2010 alle 21:10 | |
6 luglio 2010
Il filo nascosto del destino
I fili nascosti che uniscono le cose come una cucitura al di là del mondo che tiene unito il mondo, a volte rivelano qualche inaspettato punto di sutura, se succede che il caso semplicemente accosti nel tempo eventi senza legame apparente l’uno con l’altro, mostrandoci inedite analogie. Come pagine rimescolate in un libro che raccontano una storia già presente, ma altrimenti segreta.
Qualche giorno fa mi è capitato di dover accudire per un paio d’ore la mia nipotina di appena tre mesi. Nata prematura, ha raggiunto da poco il peso e l’aspetto di un neonato arrivato a completa gestazione. Non dovevo fare granché: vegliare sul suo sonno, assistere all’eventuale risveglio, pronto a intervenire con il biberon non appena la fame ne avesse ridestato anche il pianto. Così è stato: la fontana dello strillo si manifesta prima con lo zampillo di qualche gemito sommesso, appena accennato, e poi erompe a lacerare l’aria. La prelevo dalla carrozzina, me l’adagio nella conca del braccio sinistro piegato e con il destro le infilo il biberon tra le labbra protese. L’effetto è immediato: il pianto sparisce come una polla riassorbita dal terreno, e a fluire adesso è il latte artificiale, regolato a stento dal filtro elastico della tettarella di gomma, che subisce gli attacchi voraci di una poppata avida, quasi furiosa. L’operazione prosegue fino a che si arriva a un attimo sospeso, conteso tra forze opposte: il desiderio di poppare ancora un po’ e la sopraggiunta stanchezza per lo sforzo titanico appena compiuto; le succhiate rallentano di ritmo e intensità, come una macchina che ingrani una marcia più bassa. Se vinca la sazietà o lo sfinimento non so, ma lei si placa, il volto trasfigurato in una beatitudine di occhi a mezz’asta e bocca semiaperta come solo devono provare le anime degli eletti del paradiso ammessi alla contemplazione del volto di Dio. Vinta dalla fatica e sopraffatta dal piacere assoluto di un bisogno pienamente soddisfatto (come accade solo per i bisogni primari), mi si addormenta in grembo. I rapporti di forza si sono invertiti: se prima era lei a dettare legge, servendosi dello strumento ricattatorio del pianto perché venisse placata la sua fame, adesso è inerme tra le mie braccia, completamente in mio potere: chinandomi su di lei, vedo al tempo stesso la sua grandiosità umana (il meccanismo del corpo che funziona alla perfezione: i mantici del respiro, la leva del diaframma che si alza e si abbassa, le fasi idrauliche della digestione) e la sua infinita fragilità: basterebbe un semplice gesto, con minimo dispendio di fatica, per fermare la macchina. In lei convivono, come un paradosso, la perfetta rispondenza a un disegno e il suo limite, iscritto nel disegno stesso: la sua finitudine – la macchina contempla il proprio funzionamento e la propria (auto)distruzione; in uno stesso corpo, le potenzialità infinite della mente coesistono con la realtà animale di un mucchietto d’ossa come di uccellino, che con un niente si possono spezzare (condizione che non cambia poi molto in età adulta).
Meno di un’ora dopo, riconsegnata intatta la bimba a mia sorella, ero dal dentista. Il dentista è uno dei salvatori dei nostri tempi: ci salva dal dolore – nella sua accezione più concreta e tangibile, e spesso tanto lancinante da parere metafisica; ha risposte certe, strumenti efficaci: è un piccolo dio. Sedevo semisdraiato sulla tipica poltrona reclinabile, e mentre lui azionava il marchingegno e io mi reclinavo ancora più indietro, tenendo però le gambe piegate, così che mi pareva di essere quasi in posizione fetale, e lui si piegava su di me trapano alla mano in un bagliore di lampada che appariva a sua volta metafisico o di natura divina – improvvisamente mi sono visto nella posizione della mia nipotina tra le mie braccia mentre io mi piegavo su di lei, brandendo il biberon anziché il trapano. E mi sentivo altrettanto inerme, altrettanto impotente: il dentista teneva un’arma nella mia bocca, e io dovevo riporre in lui totale fiducia perché la adoperasse secondo la sua funzione e non mi perforasse l’interno di una guancia o un dente sano. Ma non avevo scelta, non potevo che abbandonarmi alla sua volontà insieme agli organi ossei nella mia bocca perché venisse soddisfatto il bisogno primario della mia liberazione da dolore e della loro riparazione dal decadimento – come la mia nipotina non può fare altro che affidare ad altri le sue fragili ossa perché venga soddisfatto il bisogno primario della propria nutrizione e del loro rinforzo.
Queste due comunissime pagine di vita, accostandosi inaspettatamente nel libro della mia vita, hanno rivelato qualcosa che ovviamente va oltre la loro natura minima e che ho focalizzato compiutamente solo in virtù di un ulteriore accostamento. Ripensando in seguito alla mia fortuita intuizione, mi è tornata alla mente una lettera di Cristina Campo, che come sempre dal fascio di eventi anche minimi sa trarre il filo più vero, più essenziale e più nascosto – la loro più profonda ragion d’essere, cioè la loro rispondenza a un destino. È una lettera del 1972 indirizzata all’amica Mita (Margherita Pieracci Harwell):
«“Io non so la via, ma tu la sai”, è il solo ragionamento possibile quando si cammina al buio. Da un mese sono nati alla mia gatta Paki-paki quattro gattini; e io vorrei imparare da loro il meraviglioso abbandono col quale piccoli, inermi, incapaci di tutto, si lasciano prendere da me, sollevare in luoghi altissimi (la mia spalla), trasportare in terribili deserti (la cucina o la terrazza), manipolare in cento modi... È il segreto della loro forza e anche della mia tenerezza – come non trattarli con immenso riguardo? Forse a noi tutti è chiesta questa cieca, questa temeraria fiducia. [...] a volte – come in questo momento – io muoio letteralmente di paura, come il gattino sollevato improvvisamente su un’altissima spalla. Che fare? Nulla. Chi mi solleva così sa quel che fa. Lasciarlo dunque fare... È immensamente difficile ma è l’unica cosa che abbia un senso».
È una particolare declinazione di quella “riverenza al proprio destino” della quale Cristina Campo era, direi, teorica più che cultrice. Per dare significato al proprio destino bisogno riconoscerlo: perciò conta tanto guardare anche ai fasci di eventi così sottili – saper esercitare un’attenzione di marca weiliana. È arte rarissima, questa: perciò, degli infiniti destini umani, sono solo così pochi a realizzarsi pienamente.
| inviato da Endimione il 6/7/2010 alle 17:40 | |
27 maggio 2010
L’eco delle cose
Gli oggetti, per quanto mi riguarda, non sono importanti come possesso, ma come suggestione. Le cose di cui mi circondo sono un ponte che dalla piccola riva di me stesso mi fanno approdare a un grande altro – altro che non sia un altro oggetto ma un’idea, un ricordo, un significato... C’è un’etica della forma anche in senso plastico.
(Per esempio conservo accanto al mio letto laico una piccola immagine su legno di san Francesco, dai famosi affreschi giotteschi: non tanto perché me l’ha regalata un ex fidanzato, quanto per l’ideale di vita francescano che, almeno come aspirazione, sento “mio” – e che lui aveva intuito).
Le mie cose sono simboli concreti che so decifrare solo io – come le candele sull’Altare dei morti di Henry James per la donna che le accendeva, e come ognuno decifra i propri morti nelle proprie candele: o i propri dèi, i propri voti, i propri riti...
Gli oggetti riverberano un significato che possiamo riacciuffare come eco, se tendiamo l’orecchio nella conca di noi stessi. In un racconto di Hofmannsthal, il figlio di un mercante d’un tratto impara a scorgere questi rimandi segreti negli arredi della propria casa:
«A poco a poco gli occhi di lui appresero a vedere come tutte le forme e i colori del mondo vivessero nei suoi arredi. Riconobbe negli arabeschi che s’intrecciano uno specchio magico dei meravigliosi intrecci del mondo. Scoperse le forme degli animali e le forme dei fiori e il trapassare dei fiori negli animali; i delfini, i leoni e i tulipani, le perle e l’acanto; scoperse la contesa tra il peso della colonna e la resistenza del suolo e il tendere di tutte le acque verso l’alto e nuovamente verso il basso; scoperse la letizia del movimento e la nobiltà del riposo, la danza e la morte; scoperse i colori dei fiori e delle foglie, i colori delle pelli degli animali selvaggi e dei volti dei popoli, il colore delle pietre preziose, il colore del mare in tempesta o lucente immoto; sì, scoperse la luna e le stelle, la sfera mistica, i mistici anelli e indissolubilmente congiunte ad essi le ali dei serafini. Per lungo tempo egli si inebriò di quella bellezza immensa e grave di senso che gli apparteneva, e tutti i suoi giorni si muovevano più belli e meno vani fra quegli arredi, che non erano più nulla di inerte e di vile, bensì un retaggio regale, l’opera divina di innumerevoli stirpi».
E si spinge così in là nell’esercitare l’arte di questa attenzione che nella vita decifra la morte:
«Sentiva tuttavia la vanità di queste cose non meno che la loro bellezza; mai l’abbandonava a lungo il pensiero della morte e ora l’assaliva in mezzo al chiasso delle gaie brigate, ora nella notte, ora a mensa. Ma poiché non era in lui malattia alcuna, tale pensiero non era in nulla pauroso, e aveva piuttosto alcunché di solenne e trionfale [...]».
Ogni cosa rimanda anche al suo contrario, e nella contemplazione della complementarietà c’è un qualcosa che placa. Il ritorno di quest’eco parla insieme all’oggetto di ordine, di misura, di equilibrio – e quindi di significato. Anche per qualcosa per cui è così difficile trovarne come la vita e la morte.
[Citazioni da La novella della 672a notte* , traduzione di Gabriella Bemporad].
| inviato da Endimione il 27/5/2010 alle 4:9 | |
27 aprile 2010
Di Roma e delle pene

C’è una mia personale mappa magica della vita in cui certi luoghi, come nelle guide le città di maggiore interesse artistico, sono scritti con un inchiostro più scuro, come fossero ormai perennemente tatuati in me, penetrati oltre ogni strato di carta tra mente e spirito. Uno di questi è la località Andare a Roma, cura – o tentativo di cura – di ogni pena, che stringe in un groppo difficile da districare molti dei fili che sono importanti per me, vie misteriose che si intrecciano tra arte, letteratura e vita, e che batte al centro della mappa come un cuore che irradia tutto il resto – tutte le vene portano a Roma, potrei dire.
Perciò, prima di partire, ho detto a qualcuno che io non andavo a Roma per fare il turista, ma per leggere Ingeborg Bachmann seduto su una panchina del Pincio. Ed è così: la mostra su Caravaggio alle Scuderie del Quirinale non era che l’occasione che, come un abito, rivestiva una necessità preesistente, la cui nudità potrebbe ad altri parere inutilità. Ma io vado a Roma semplicemente per essere a Roma, non tanto per visitare certe mostre e certi monumenti (le cui occasioni cerco comunque di cogliere). Non per fare il turista, ma per farmi turista di me stesso: provocare, scoprire e registrare le mie reazioni a Roma, subirne gli influssi magici come un suffumigio di erbe letterarie (che sia Cristina Campo o Ingeborg Bachmann) di cui registro sulla cartella clinica del mio diario di viaggio gli effetti sulla mia rinnovata salute mentale: intensità. Gli estremi del Colosseo e di piazza del Popolo, del Pincio e dell’Aventino, di Castel Sant’Angelo e di Santa Maria Maggiore sono come elettrodi che applico sulle pareti interiori della mia testa così che il reticolo di strade e piazze e palazzi che vi sono racchiusi agiscano come scariche elettriche che mi scuotono dal torpore e tra le mie tempie si crei questa vertigine di storia, arte e letteratura che evidentemente è l’elettroshock di cui ho bisogno per arrivare alla vita – non estetismo, ma bisogno esistenziale.
«A Roma di mattina presto ho guardato dal cimitero protestante fino al Testaccio e ho gettato la mia pena. Chi si affatica a gettar via la terra, ci trova sotto la pena degli altri» (Ingeborg Bachmann).

| inviato da Endimione il 27/4/2010 alle 18:21 | |
9 marzo 2010
Ora e allora
Le cronache romane di Ingeborg Bachmann (scritte per la radio di Brema tra il 1954 e il 1955, che costituiscono la prima parte del libro Quel che ho visto e udito a Roma) sono un interessante spaccato del nostro paese di quegli anni, e rivedere con gli occhi di una straniera l’Italia di allora è un esercizio che getta luce anche sull’oggi. Se ne ricavano tra l’altro due idee contrapposte ma che si abbracciano con ovvio agio: che, rispetto ad allora, qualcosa è rimasto uguale e qualcosa è cambiato.
Del primo caso è l’esempio di “qualcosa di strano, visto con occhi tedeschi addirittura incomprensibile”. La primogenita dell’ex re d’Italia Umberto II, Maria Pia di Savoia, sta per sposare il figlio dell’ex sovrano di Iugoslavia Alexander Karageorgewitsch. Com’è possibile, si domanda la cronista, che ci sia una così grande ed entusiasta partecipazione popolare a questo evento, quando solo pochi anni prima tramite il referendum gli italiani hanno mandato in esilio la famiglia reale in favore della repubblica? La spiegazione che ce ne dà è “la predilezione degli italiani per lo sfarzo e il fulgore, per la messa in scena, in poche parole – per le manifestazioni esteriori della monarchia”. Nonostante i cambiamenti, aggiunge, il tradizionalismo del popolo è molto radicato. L’immobilità nell’apparente cambiamento è quel tratto gattopardesco che conosciamo bene ancora oggi, quando le nuove propaggini di quella stessa schiatta vengono ancora osannate in pubblico.
Altri episodi riportati, al contrario, sono più sorprendenti. Per esempio, parlando dell'imminente elezione di un nuovo presidente della repubblica dopo il settennato di Luigi Einaudi, Bachmann ricorda come avvenne la sua salita al Quirinale: “L'Italia è un paese laicistico. I democristiani avevano quindi rinunciato a presentare un candidato, non volendo destare l'impressione che questo stato laicistico venisse indirettamente influenzato dalla chiesa. L'accordo a favore dell'anziano liberale piemontese era stato raggiunto in tempi relativamente brevi”. Da questo e da altri episodi simili si ricava l'idea che la maggior parte della classe politica dell'epoca, per quanto potesse promuovere idee odiose e, allora come oggi, terribilmente più conservatrici degli altri conservatori d'Europa, mantenesse comunque una certa serietà nell'affrontare la cosa pubblica, che se si serviva di deplorevoli astuzie e ignobili sotterfugi almeno scansava cialtroneria e dilettantismi, e che avesse soprattutto un'idea di limite, di ciò che non può essere fatto, un rispetto di certe forme che voleva dire però anche salvaguardia di una sostanza. Cosa che, ovviamente, nella classe che ci governa oggi è completamente andata persa.
| inviato da Endimione il 9/3/2010 alle 17:0 | |
17 gennaio 2010
Le parole giuste
Paul Verlaine, il poeta della poesia pura, armoniosa, musicale, era in realtà un personaggio alquanto bizzarro, come bizzarra era la famiglia da cui proveniva. La madre, prima della nascita del poeta nel 1844, aveva avuto due aborti; aveva perso entrambi i figli quando la gravidanza era già molto avanzata, e aveva deciso di conservarne i feti in due grandi vasi di vetro, sotto alcol. Molti anni dopo, ormai completamente dipendente dall’assenzio oltre che dal suo nuovo amico Arthur Rimbaud, una sera Verlaine fece visita alla madre: come al solito senza un soldo (ormai non lavorava più) e in piena crisi d’astinenza, intendeva spillarle altri quattrini da dissipare nel liquido color smeraldo. Di fronte al rifiuto dell’anziana nobildonna, Verlaine fu preso da una collera che divenne così furibonda da fargli colpire col bastone da passeggio i vasi di madame Verlaine e far finire a terra smembrati i corpicini dei fratelli. E dato che uno scrittore è scrittore sempre, anche nei momenti più drammatici, e di fronte a qualsiasi difficoltà non ha difficoltà a trovare le parole giuste, anche quelle per giustificare l’ingiustificabile - Verlaine ribatté alla madre che quei corpi, come lui, erano rimasti a macerare nell’alcol a sufficienza.
| inviato da Endimione il 17/1/2010 alle 23:55 | |
27 dicembre 2009
Berlino in autunno
Dopo molte visite estive, ho ritrovato il vento gelido della mia prima visita a Berlino, nel gennaio del 2000—Ma allora era pieno inverno, cumuli di neve ai bordi delle strade, il termometro che la notte scendeva a meno quindici e un’inerme stufa a carbone in Chausseestrasse, risibile reperto d’oltrecortina contro il generale Inverno (quel vento, mi spiegarono, viene diretto dalla Russia, perché non c’è scudo di montagne). Adesso, ai primi di novembre, il clima era meno inospitale di quel gennaio; ma al principio, la lama del vento aveva sempre il suo filo sulla mia guancia. Ben presto la minaccia siberiana è stata rinfoderata in qualche guaina meteorologica, ed è subentrato l’attacco incessante della pioggia: artiglieria leggera, ma che non dava tregua. Caricatura fastidiosa, non pericolosa, dell’inverno russo. Non mi impediva le avanzate turistiche, ma le rendeva disagevoli – l’ombrello un impiccio non solo per le mani (per esempio quando volevo fare fotografie) ma anche per la mente (non scordarselo in un bar, in un negozio, il cruccio di infilarlo in borsa bagnato, nei musei). Per terra, lo strato di foglie morte ha iniziato a impregnarsi d’acqua e ad amalgamarsi in un tritume bruno-dorato, era come camminare su un fondale di Klimt, scabro e prezioso, o su un tappeto che rischiava sempre di esserci sottratto da sotto i piedi per farci ruzzolare sui larghi marciapiedi di Unter den Linden, sul limite del Mendelssohn-Bartholdy-Park o, chissà, di farci finire nella Sprea (come il tappeto sotto i piedi dei condannati all’oltretomba nel monumento funebre a Maria Cristina d’Austria di Canova, nella Augustinerkirche di Vienna: ma quelli sono altri inverni, e altri ardori...).
Mi domandavo perché quasi tutti i bar, testardamente, tenessero ancora i tavolini fuori, nonostante con ogni evidenza l’estate fosse finita. In seguito, quando la pioggia ha lasciato qualche momento di tregua, ho visto che effettivamente c’era gente abbastanza ardimentosa da sedere all’aperto, dove, benché non piovesse, per quanto mi riguardava la temperatura rendeva comunque ostica l’attività che per me dovrebbe essere dilettevole qual è ristorarmi (una bevanda calda da prendere al caldo, grazie, non il disagevole ossimoro di quei tè o caffè sorseggiati al freddo). Fuori da un bar sulla riva della Sprea, appena oltre l’isola dei musei, passando ho notato qualcosa di inedito: su alcune sedie erano state lasciate delle coperte: una verde, una rossa, una blu... Prima che potessi domandarmi che ci facessero lì abbandonate, ho realizzato che della mezza dozzina di persone sedute lì fuori un paio erano avvolte in queste coperte, e ho intuito che dovevano essere state messe a disposizione dai gestori del bar per chi volesse ripararsi dal clima, forse particolarmente umido in riva al fiume, oltre che freddo. L’elastico della mente fa tornare sempre alle origini, ovunque si sia: “in Italia le ruberebbero”.
L’attività era blanda e capricciosa, indefinita come questo soggiorno troppo breve e troppo inarticolato per definirsi vacanza. Incentrata sulle mansioni quotidiane più che su missioni turistiche: il gusto della colazione abbondante, con le marmellate fatte in casa da Klaus e George, nel salotto affacciato sopra Nollendorfplatz; il piacere di osservare la gente in metropolitana o per strada, e di chiedermi che vite berlinesi ci fossero dietro quei volti, come faccio sempre quando sono altrove; la soddisfazione di fare acquisti che potrei fare anche in Italia – o che non potrei fare che lì, come nelle ripetute visite al reparto classica di Dussmann. E la nuova gatta dei miei ospiti. Avevo notato l’assenza della vecchia Cleopatra, all’arrivo, ma non avevo fatto domande. Il giorno prima che partissi ne hanno presa una nuova all’animal shelter e l’hanno chiamata Phaedra. Cleopatra, cui Klaus era morbosamente affezionato, avevano dovuto “put her to sleep” qualche mese prima, mi ha poi raccontato George, perché era ormai moribonda, con un grosso tumore che le pesava su un occhio. In seguito, Klaus per un certo periodo è stato angosciato da ricorrenti visite che Cleopatra gli faceva in sogno: lo accusava di averla uccisa, gli rimproverava la connivenza con l’iniezione fatale del veterinario: lei avrebbe voluto continuare a vivere; e lui era grato oltre che affezionato a questa gatta che considerava in qualche modo taumaturgica, perché anni addietro lei aveva capito che Klaus aveva qualcosa che non andava: d’improvviso, quando lui era disteso, aveva preso a andare a sdraiarsi sempre sopra la sua testa, in un punto dove solo in seguito lui stesso ha scoperto di avere un tumore – lo stesso punto che poi ha colpito fatalmente anche lei; sicché il rimprovero onirico della gatta racchiudeva una doppia accusa che Klaus faceva a sé stesso. George, ever so lovely, prima di regalargli un’altra gatta ha voluto aspettare qualche mese: “non volevo che Klaus vedesse la nuova arrivata come una sostituta di Cleo, deve considerarla come una nuova amica”; mi domando allora perché l’abbia presa nera come l’altra, praticamente identica anche se cucciola. Non conoscendo abbastanza Klaus non so dire se nei suoi occhi estasiati per quel nuovo felino c’era da leggersi la nascita di un nuovo amore o il riapparire di un vecchio fantasma; ma io davanti a Phaedra pensavo certamente a Cleopatra e ai suoi ultimi giorni, alla vita che le sfuggiva insieme alla vista e all’equilibrio, ormai trascinata molto oltre su quel tappeto che conduce inesorabilmente oltre la porta della piramide canoviana.
In quei giorni avevo sempre in testa un concerto di Mozart. Un concerto per pianoforte e orchestra in re minore (il n. 20, K466) che avevo ascoltato solo poche volte prima di partire, nell’esecuzione di Clara Haskil, e poi non più. Ma ancora, dopo giorni e giorni, il pianoforte del secondo movimento (una romanza) continuava a battere i suoi rintocchi nella mia testa come il ticchettio di un orologio biologico o psicologico, o il passo di marcia verso una meta misteriosa: una forma di umore, o di destino. Non sapevo risolvere l’enigma, ma potevo apprezzarne gli effetti: Mozart è sempre un buon influsso sulla mente, specie quando si passa tanto tempo da soli. La solitudine eccita la mente, e contro la febbre del pensiero Mozart è un ottimo antipiretico di marca kantiana. Io lasciato a me stesso posso impazzire, posso fare una strage, posso buttarmi nella Sprea. La mia docilità è una maschera che non mi sono scelto, loro non lo sanno, dietro la mansuetudine del gatto c’è la furia di una tigre. Ma opponendosi alla forza centrifuga innescata dalla solitudine, Mozart riporta a un centro composto, esatto. Ricompone i pensieri, ricompone una solida geometria mentale. Mozart, Kant, Canova: i grandi settecenteschi sono centripeti: il mondo a misura di una regolarità umana docile al pensiero, addomesticata, dove tutto è riportato a un ordine: rassicurante tepore domestico (prima dei fuochi romantici). Nella memoria c’era poi il valore aggiunto di Clara Haskil, che stilla un Mozart puro, più liquido e ineffabile. La solitudine e i desideri non possono turbare più di tanto, le loro lame aguzze vengono smussate da questo candore non privo di sublime, è vero, ma un sublime dove la sottile malinconia brucia senza scottare, e la bilancia del desiderio pesa più sul piatto dell’attesa che su quello della conquista: esercizio, non possesso.
Bello, il Neues Museum, riaperto da pochi giorni dopo un imponente restauro (ma qui mi sento davvero un turista, e non perché sto facendo una visita a un sito di grande importanza artistica in una città straniera, ma perché di antichità egizie non so nulla, e allora mi sembra che il mio sguardo vaghi sulla superficie di quei reperti senza penetrarli, senza distinguere – duemila o quattromila avanti cristo per me pari son –, tant’è che mando sms scherzosi su questi cocci – mentre non sarei disposto a scherzare sui marmi greci del Pergamon o sui Vermeer della Gemäldegalerie...). Bello, il concerto di Hope Sandoval, la sera prima del ritorno: la sua pacata eppure intensa visione, malinconica e estatica a un tempo, è mia, lo so – dopotutto ero venuto per questo, no?
Per cosa ero venuto a Berlino? Per andare via, per vedere tutto da lontano: capire dove sto andando, cosa voglio, cosa fare. Sperando che la distanza desse una prospettiva. Ma la psicologia funziona come la geografia: spostandomi non vedo il mio mondo dall’alto: non lo vedo più, o me lo vedo attorno, ci sono sempre immerso, perché la vera distanza per capire, inattingibile, è quella del tempo. Allora i miei pensieri non si rivolgevano più alla mia vita a Milano, ma alla mia presenza lì a Berlino: perché venire a cercare risposte a domande che non oso nemmeno più formulare, seguire il giro dell’oca dell’istinto all’altrove, giocare a rimpiattino con la mia evasività verso me stesso? (il vaso che ci contiene può essere ricomposto dopo essere andato in frantumi, ci dice Sylvia Plath, ma la rosa della nostra identità rimane elusiva: “the vase, reconstructed, houses / the elusive rose”...). Quando i rintocchi del pianoforte di Clara Haskil si facevano più flebili e la fronte del pensiero tornava a scottare, mi domandavo: Che ci faccio qui? E Bruce Chatwin mi faceva pensare, a sua volta, all’horreur du domicile, che è anche mio, che è casa mia ovunque io sia... E allora in questo gioco della geografia si profilava una rivelazione della psicologia: se è vero che allontanandomi non potevo sapere cosa non funzionava a Milano, potevo però capire cosa funzionava, cosa mi seguiva ovunque andassi, anche lì a Berlino: la casa non è un posto fisico, la mia casa è con Mozart, ovunque ci sarà musica io sarò salvato, ovunque ci sarà musica io sarò me stesso, ovunque ci sarà musica l’ardore vincerà l’inverno, meteorologico o meno.
Per cercare di non sentire il fruscio del tappeto che scorre sotto i piedi.
| inviato da Endimione il 27/12/2009 alle 17:35 | |
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