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Endimione
minima solitaria


Diario


27 aprile 2010

Di Roma e delle pene


C’è una mia personale mappa magica della vita in cui certi luoghi, come nelle guide le città di maggiore interesse artistico, sono scritti con un inchiostro più scuro, come fossero ormai perennemente tatuati in me, penetrati oltre ogni strato di carta tra mente e spirito. Uno di questi è la località Andare a Roma, cura – o tentativo di cura – di ogni pena, che stringe in un groppo difficile da districare molti dei fili che sono importanti per me, vie misteriose che si intrecciano tra arte, letteratura e vita, e che batte al centro della mappa come un cuore che irradia tutto il resto – tutte le vene portano a Roma, potrei dire.

 

Perciò, prima di partire, ho detto a qualcuno che io non andavo a Roma per fare il turista, ma per leggere Ingeborg Bachmann seduto su una panchina del Pincio. Ed è così: la mostra su Caravaggio alle Scuderie del Quirinale non era che l’occasione che, come un abito, rivestiva una necessità preesistente, la cui nudità potrebbe ad altri parere inutilità. Ma io vado a Roma semplicemente per essere a Roma, non tanto per visitare certe mostre e certi monumenti (le cui occasioni cerco comunque di cogliere). Non per fare il turista, ma per farmi turista di me stesso: provocare, scoprire e registrare le mie reazioni a Roma, subirne gli influssi magici come un suffumigio di erbe letterarie (che sia Cristina Campo o Ingeborg Bachmann) di cui registro sulla cartella clinica del mio diario di viaggio gli effetti sulla mia rinnovata salute mentale: intensità. Gli estremi del Colosseo e di piazza del Popolo, del Pincio e dell’Aventino, di Castel Sant’Angelo e di Santa Maria Maggiore sono come elettrodi che applico sulle pareti interiori della mia testa così che il reticolo di strade e piazze e palazzi che vi sono racchiusi agiscano come scariche elettriche che mi scuotono dal torpore e tra le mie tempie si crei questa vertigine di storia, arte e letteratura che evidentemente è l’elettroshock di cui ho bisogno per arrivare alla vita – non estetismo, ma bisogno esistenziale.

 

«A Roma di mattina presto ho guardato dal cimitero protestante fino al Testaccio e ho gettato la mia pena. Chi si affatica a gettar via la terra, ci trova sotto la pena degli altri» (Ingeborg Bachmann).




permalink | inviato da Endimione il 27/4/2010 alle 18:21 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa
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