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Endimione
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Diario


27 maggio 2010

L’eco delle cose

Gli oggetti, per quanto mi riguarda, non sono importanti come possesso, ma come suggestione. Le cose di cui mi circondo sono un ponte che dalla piccola riva di me stesso mi fanno approdare a un grande altro – altro che non sia un altro oggetto ma un’idea, un ricordo, un significato... C’è un’etica della forma anche in senso plastico.

 

(Per esempio conservo accanto al mio letto laico una piccola immagine su legno di san Francesco, dai famosi affreschi giotteschi: non tanto perché me l’ha regalata un ex fidanzato, quanto per l’ideale di vita francescano che, almeno come aspirazione, sento “mio” – e che lui aveva intuito).

 

Le mie cose sono simboli concreti che so decifrare solo io – come le candele sull’Altare dei morti di Henry James per la donna che le accendeva, e come ognuno decifra i propri morti nelle proprie candele: o i propri dèi, i propri voti, i propri riti...

 

Gli oggetti riverberano un significato che possiamo riacciuffare come eco, se tendiamo l’orecchio nella conca di noi stessi. In un racconto di Hofmannsthal, il figlio di un mercante d’un tratto impara a scorgere questi rimandi segreti negli arredi della propria casa:

 

«A poco a poco gli occhi di lui appresero a vedere come tutte le forme e i colori del mondo vivessero nei suoi arredi. Riconobbe negli arabeschi che s’intrecciano uno specchio magico dei meravigliosi intrecci del mondo. Scoperse le forme degli animali e le forme dei fiori e il trapassare dei fiori negli animali; i delfini, i leoni e i tulipani, le perle e l’acanto; scoperse la contesa tra il peso della colonna e la resistenza del suolo e il tendere di tutte le acque verso l’alto e nuovamente verso il basso; scoperse la letizia del movimento e la nobiltà del riposo, la danza e la morte; scoperse i colori dei fiori e delle foglie, i colori delle pelli degli animali selvaggi e dei volti dei popoli, il colore delle pietre preziose, il colore del mare in tempesta o lucente immoto; sì, scoperse la luna e le stelle, la sfera mistica, i mistici anelli e indissolubilmente congiunte ad essi le ali dei serafini. Per lungo tempo egli si inebriò di quella bellezza immensa e grave di senso che gli apparteneva, e tutti i suoi giorni si muovevano più belli e meno vani fra quegli arredi, che non erano più nulla di inerte e di vile, bensì un retaggio regale, l’opera divina di innumerevoli stirpi».

 

E si spinge così in là nell’esercitare l’arte di questa attenzione che nella vita decifra la morte:

 

«Sentiva tuttavia la vanità di queste cose non meno che la loro bellezza; mai l’abbandonava a lungo il pensiero della morte e ora l’assaliva in mezzo al chiasso delle gaie brigate, ora nella notte, ora a mensa. Ma poiché non era in lui malattia alcuna, tale pensiero non era in nulla pauroso, e aveva piuttosto alcunché di solenne e trionfale [...]».

 

Ogni cosa rimanda anche al suo contrario, e nella contemplazione della complementarietà c’è un qualcosa che placa. Il ritorno di quest’eco parla insieme all’oggetto di ordine, di misura, di equilibrio – e quindi di significato. Anche per qualcosa per cui è così difficile trovarne come la vita e la morte.

 

[Citazioni da La novella della 672a notte* , traduzione di Gabriella Bemporad].




permalink | inviato da Endimione il 27/5/2010 alle 4:9 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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