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Endimione
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Diario


11 novembre 2010

Sonnambulismi

In questi giorni faccio fatica a addormentarmi. Il sonno, come un’acqua densa, sembra opporre resistenza, sebbene il corpo e la mente siano così stanchi e affaticati da non desiderare altro che annegarsi subito. E quando infine riesco a addormentarmi, invece di inabissarmi dolcemente sul fondo di me stesso come accade di solito sembra che io mi dibatta nelle acque putride del mio subconscio, agitate dai miei sommovimenti interiori. La mia mente non è più una spugna che quando si addormenta si impregna dell’acqua del sonno fin che questo riempia ogni cavità del mondo emerso e ne faccia un fondale notturno; è piuttosto un messaggio in bottiglia, che pur affondando nel mare di Morfeo mantiene inalterato ciò che ci è stato scritto di giorno, nella camera stagna delle sue – le mie – ossessioni. Così che non c’è mai scampo a me stesso.

Non ho nulla da temere dai relitti che la mattina ritrovo in superficie, arenati sulla spiaggia della veglia ritrovata: i sogni. Conosco bene i miei problemi di questi giorni: problemi pratici, oggettivi, questioni da risolvere di cui sono ben consapevole anche in veglia. Non ho bisogno di scandagli psicanalitici per individuarli: l’inconscio, di notte, non fa che prendere il testimone dell’io per continuare la sua corsa nel sonno e impedirmi il riposo. Si limita a tingere nelle tinte più fosche del fondo marino ciò che di giorno si agita alla luce. I miei sogni non sono sfingi, in questi giorni: sono animali feroci ma loquaci, privi di mistero. Ciò che mi inquieta non sono eventuali rivelazioni di me stesso a me stesso: è l’inedito intreccio tra sonno e veglia.

Perché è come se, mio malgrado, trascinassi la veglia nel sonno e poi il sonno nella veglia. Così da non sentirmi mai completamente addormentato – o completamente sveglio. Quando, con difficoltà, riesco a addormentarmi, immergo nell’acqua densa del sonno i miei problemi della veglia; ma poi una volta sveglio non riconquisto l’aria limpida della mente lucida, perché i sogni continuano a dominarmi anche di giorno: l’opacità del terrore e del panico vissuti di notte si riversa sulla mia giornata, offuscando i pensieri. I risvegli, in questi giorni, sono sempre turbati e improvvisi, sicché il ricordo dei sogni traghetta verso il giorno questo senso di claustrofobia e soffocamento da discesa in fondo al mare di cui sono impregnati.

Così il sonno e la veglia, di solito due mondi nettamente separati, si riversano l’uno nell’altro come sabbia di una clessidra impazzita, a scardinare le fasi del tempo, i tempi del dominio: dell’io o dell’inconscio. Ognuno pianta la propria bandiera nel terreno dell’altro, e il paesaggio diventa confuso e composito, un ibrido: e cosa accade quando sogno e realtà si fondono ce l’hanno insegnato i surrealisti C’è infatti un senso di irrealtà, in questi miei giorni, ma uso questa parola pur sapendo che è solo una convenzione: si chiama irreale ciò che non corrisponde alla realtà fisica, come fosse l’unica; ciò che è irreale, o meglio inusuale, come un rimescolarsi di terra e mare, è il bizzarro rimpaginarsi di diversi piani del reale. Mi sento conteso tra me e me sul mio stesso terreno, facendomelo mancare sotto i piedi. Vivo una sorta di sonnambulismo esistenziale.

L’importanza del sonno anche in veglia è una delle tante impagabili intuizioni proustiane, tanto che fu posto in apertura della Recherche. All’inizio, naturalmente, non fu capito. Uno dei vari responsi negativi dai primi che lessero Dalla parte di Swann, spedito da Proust a vari editori nel tentativo di farlo pubblicare, fu di un lettore della casa editrice Eugène Fasquelle, che stigmatizzò appunto l’insolito avvio del romanzo: «Un tizio ha delle insonnie. Si rigira nel letto e rimugina nel dormiveglia alcune impressioni e allucinazioni di cui certune lo riportano alle sue difficoltà di addormentarsi, quand’era bambino, nella casa di campagna della sua famiglia a Combray. Diciassette pagine!». Riduce così a «caso patologico» una rivelazione sulla verità dell’uomo. Non capisce quanto il mondo del sonno abbia a che fare con la vita attiva, nonostante ne sia l’apparente contrario. Ed è proprio questo convivere degli opposti ciò che sto vivendo in questi giorni.

La cosa che mi turba di tutto ciò – al di là di un certo disagio che riconosco come una difficoltà momentanea, piccola e privata, che prima o poi passerà – è che mi sembra di vivere nel concreto della mia vita personale una condizione che ho sempre considerato vera a un altro livello, più metafisico, per così dire. Almeno, da quando ho letto Shakespeare. Perché io sono certo (è questa la mia unica convinzione religiosa, nel senso di attinente allo spirito) che “siamo fatti della stessa sostanza dei sogni e la nostra piccola vita è circondata dal sonno”. La natura insostanziale della realtà concreta è l’oscuro segreto delle cose, ciò che ha a che vedere con la sua sostanza, in un convivere degli opposti come del sonno con la veglia. Solo che questo segreto è di solito confinato al mondo acquatico e notturno delle verità insondabili, o solo saltuariamente attinte. E come si fa a affrontare il sentiero della vita quotidiana sentendosi sonnambuli su un terreno metafisico?




permalink | inviato da Endimione il 11/11/2010 alle 17:23 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
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