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Diario


15 novembre 2012

Un uomo buono

Qualche giorno fa ascoltavo un'intervista in televisione, qualcuno parlava dell'importanza di essere “un uomo buono”, sottraendo naturalmente quella sfumatura di ingenuità o di sprovvedutezza che a queste parole molti potrebbero oggi associare (oggi che pare auspicabile, per apparire intelligenti, mostrarsi cattivi o almeno cinici – come se bontà significasse mancanza di lucidità – e la bontà viene confusa col “buonismo”, neologismo deleterio per la bontà quanto il “laicismo” lo è per la laicità); e ha aggiunto che per lui un uomo buono vuol dire soprattutto “un uomo perbene”, così si è espresso.

Quest'ultima definizione mi ha lasciato perplesso. Certamente un uomo buono è anche un uomo perbene, ma questo essere perbene è come un pianeta che ruota attorno a una stella, la bontà, che si forma prima, e che irradia su di esso la sua luce così come su tante altre caratteristiche esteriori. A me l'essere perbene pare più che altro il rifrangersi nella sfera sociale di una luce che è già presente all'interno di una persona buona, e che può manifestarsi in vari modi tra cui questo ma che è definibile a priori, e non a partire da una sua possibile applicazione – o sarebbe come dire che un frutto è qualcosa che si mangia; ci sono anche frutti velenosi, così come l'essere (il mostrarsi) perbene può essere (frutto di) perbenismo. Allora mi sono chiesto: che cos'è per me un uomo buono? Mi sono proposto di stilare un elenco minimo di caratteristiche, e come una scultura è andato costruendosi tra gli spazi pieni di ciò che questa figura dovrebbe abbracciare e gli spazi vuoti di ciò che è bene sappia evitare. Mi rendo conto che sembra di sconfinare nel linguaggio della religione: ma non è ciò che è umano a prendere da ciò che è religioso, piuttosto viceversa.

Un uomo buono è un uomo capace di perdono; è un uomo che sa provare pietà; che sa praticare la carità; che non raccoglie la provocazione o l'offesa; che non prova rancore per i torti subiti o, se lo prova, subito sa riconoscerlo e lo sopprime sul nascere con la naturalezza di una buona maniera ormai interiorizzata; che ignora le meschinità, le piccinerie altrui; che soprassiede sugli aspetti negativi degli altri, decidendo di dare evidenza solo agli aspetti positivi che può vedere o confidando che vi siano quando non sono evidenti; che è privo di vanità; e che è privo di autocompiacimento per tutte queste virtù, consapevole che negli uomini questa virtuosa perfezione può esistere solo come tensione verso di essa, o è santità.

(Io, va da sé, non ho quasi niente di tutto ciò; una sola caratteristica è in me presente in maniera tanto acuta da risultare dolorosa, ma non dirò quale).




permalink | inviato da Endimione il 15/11/2012 alle 20:45 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
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