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Diario


26 novembre 2007

Scarpe e tempo: calzare il destino

Al battesimo della mia nipotina, sabato 17, più che lo squisito abito in panno bianco cosparso di discreti luccichii dove scivolava la luce, e sotto cui si celava – come negli uccelli acquatici le piume morbide sotto le penne lucide su cui scivola l’acqua – un inaspettato trionfo di tulle; più che la cuffietta candida orlata di un tessuto diverso ma dello stesso colore tanto da percepirne appena la cangiante differenza; più che la calzamaglia bianca a ripararla dal freddo novembrino, con il suo delicato tepore di lanugine animale; più che il suo pallore di pelle incorrotta dal sole, appena chiazzato di rosa --- più di tutto questo ho notato le deliziose scarpette bianche: quasi scarpe da ballerina per chi ancora non sa camminare – e sta in punta non già di piedi ma di pensiero, a danzare sulle lame della realtà; ma trattenute al piede, le scarpette, da un laccio legato con una fibbia, come a serrare a sé l’esperienza acquisita in questo breve percorso di pochi mesi che è già destino. I primi passi sono quelli che si compiono prima che il piede tocchi terra – e già sono definitivi, irrecusabili: vi si riverserà il futuro, un giorno. Quando la prima delle mie amiche più strette aspettava il primo figlio, mia mamma confezionò a maglia delle babbucce (anch’esse bianche): è di buon auspicio regalare delle scarpette a un neonato, mi disse – e si capisce perché: nel primo passo mosso nella vita, la scelta della scarpa da calzare determina lo stile – cioè il pensiero, così che i passi verso il futuro torneranno sempre verso quel momento originario: il simbolo e il simboleggiato a coincidere nel circolo.

 

***

 

Per il battesimo, era inteso che io indossassi le mie scarpe ‘eleganti’ (le uniche che mi sono rimaste, riservate a ogni celebrazione, dai battesimi ai funerali). Le avevo portate l’ultima volta il primo settembre, al matrimonio di una delle mie cape – insieme al mio abito da cerimonia che però era troppo leggero per questa stagione. Non che sia mia abitudine parlare delle mie cerimonie di vestizione, perché non sono la regina Elisabetta (non ancora): ma questa volta intorno al perno della mia toilette si è avvitato uno scherzo del tempo per cui, come per ogni destino, il tempo si è capovolto. Quando è stato il momento di calzare le scarpe, il mio piede nell’infilarsi sotto la tomaia della prima ha incontrato un ostacolo. Ho cambiato arto: la mia mano ha trovato allora un foglio di carta di giornale appallottolato dentro la calzatura, destinato – evidentemente – a tenerla ‘in forma’ (in sostituzione dell’apposito attrezzo). Un attimo di stupore, per il mancato ricordo dell’azione: l’avevo infilato io, quel foglio di giornale? Il bianco del ricordo mancato, come il bianco della scarpetta da neonato (un bianco da scriverci sopra), ha lasciato spazio – e tempo – per farvi confluire qualcosa che veniva da un tempo altro (a scrivere sul presente). Non l’avevo di certo infilata io, quella palla di carta (io sono troppo cialtrone, con le mie varie vesti). Solo ripercorrendo minuziosamente all’indietro il filo dei ricordi ho acciuffato il bandolo del mistero: dopo il matrimonio della capa, lo scorso primo settembre, ero tornato a dormire dall’allora fid***ato; abito e scarpe erano poi rimasti da lui per qualche settimana (fino a che – dopo la famosa cena con delitto – dovetti riportarmeli a casa nel giro di pochi minuti insieme a tutto il malloppo dei miei oggetti accumulati da lui in nove mesi); doveva dunque avere infilato lui quella carta nelle scarpe. Ho riconosciuto in questo gesto il marchio del suo amore per me – di una concezione dell’amore molto elementare, che si concentrava sui bisogni primari: mi cucinava la cena, mi preparava il letto, mi dava passaggi in macchina, si prendeva cura dei miei abiti, della mia salute, della mia persona... Facendomi anche scoprire che questi gesti non erano, come credevo, solo dimostrativi (in mia presenza), cioè finalizzati al do ut des; ma erano gesti compiuti anche per puro amore di me (in mia assenza), cioè finalizzati a prendersi cura di me (attraverso la cura delle mie cose): e quindi disinteressati. Questo gesto – minimo eppure decisivo come la scelta di una scarpetta per un battesimo – ha riverberato nei mesi il suo potere riportando il futuro in quell’attimo: come un incantesimo – capovolgitore di tempo e dispensatore di destino.

 

Gli incantesimi si reggono sugli scarti temporali; Cenerentola, per non infrangere il limite di tempo in cui può rimanere al ballo, fuggendo perde lo scarpino di vaio; questa perdita, però, farà sì che lei ritrovi il principe nel futuro: così l’incantesimo capovolge tempo e destino. Io, al contrario, ho lasciato il fid***ato per ritrovare, con la scarpa, l’incantesimo di una fiaba impossibile – perché, fatalmente, non poteva esserci che senza di lui.

 

Le deliziose scarpette bianche della mia nipotina le riserveranno forse, un giorno, simili capovolgimenti di tempo, simili incantesimi, simili uccelli del destino: morbide piume di stile – e cioè di pensiero – sotto le penne lisce su cui scivola la realtà.




permalink | inviato da Endimione il 26/11/2007 alle 23:45 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (5) | Versione per la stampa
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