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Il filo nascosto del destino

I fili nascosti che uniscono le cose come una cucitura al di là del mondo che tiene unito il mondo, a volte rivelano qualche inaspettato punto di sutura, se succede che il caso semplicemente accosti nel tempo eventi senza legame apparente l’uno con l’altro, mostrandoci inedite analogie. Come pagine rimescolate in un libro che raccontano una storia già presente, ma altrimenti segreta.

Qualche giorno fa mi è capitato di dover accudire per un paio d’ore la mia nipotina di appena tre mesi. Nata prematura, ha raggiunto da poco il peso e l’aspetto di un neonato arrivato a completa gestazione. Non dovevo fare granché: vegliare sul suo sonno, assistere all’eventuale risveglio, pronto a intervenire con il biberon non appena la fame ne avesse ridestato anche il pianto. Così è stato: la fontana dello strillo si manifesta prima con lo zampillo di qualche gemito sommesso, appena accennato, e poi erompe a lacerare l’aria. La prelevo dalla carrozzina, me l’adagio nella conca del braccio sinistro piegato e con il destro le infilo il biberon tra le labbra protese. L’effetto è immediato: il pianto sparisce come una polla riassorbita dal terreno, e a fluire adesso è il latte artificiale, regolato a stento dal filtro elastico della tettarella di gomma, che subisce gli attacchi voraci di una poppata avida, quasi furiosa. L’operazione prosegue fino a che si arriva a un attimo sospeso, conteso tra forze opposte: il desiderio di poppare ancora un po’ e la sopraggiunta stanchezza per lo sforzo titanico appena compiuto; le succhiate rallentano di ritmo e intensità, come una macchina che ingrani una marcia più bassa. Se vinca la sazietà o lo sfinimento non so, ma lei si placa, il volto trasfigurato in una beatitudine di occhi a mezz’asta e bocca semiaperta come solo devono provare le anime degli eletti del paradiso ammessi alla contemplazione del volto di Dio. Vinta dalla fatica e sopraffatta dal piacere assoluto di un bisogno pienamente soddisfatto (come accade solo per i bisogni primari), mi si addormenta in grembo. I rapporti di forza si sono invertiti: se prima era lei a dettare legge, servendosi dello strumento ricattatorio del pianto perché venisse placata la sua fame, adesso è inerme tra le mie braccia, completamente in mio potere: chinandomi su di lei, vedo al tempo stesso la sua grandiosità umana (il meccanismo del corpo che funziona alla perfezione: i mantici del respiro, la leva del diaframma che si alza e si abbassa, le fasi idrauliche della digestione) e la sua infinita fragilità: basterebbe un semplice gesto, con minimo dispendio di fatica, per fermare la macchina. In lei convivono, come un paradosso, la perfetta rispondenza a un disegno e il suo limite, iscritto nel disegno stesso: la sua finitudine – la macchina contempla il proprio funzionamento e la propria (auto)distruzione; in uno stesso corpo, le potenzialità infinite della mente coesistono con la realtà animale di un mucchietto d’ossa come di uccellino, che con un niente si possono spezzare (condizione che non cambia poi molto in età adulta).

Meno di un’ora dopo, riconsegnata intatta la bimba a mia sorella, ero dal dentista. Il dentista è uno dei salvatori dei nostri tempi: ci salva dal dolore – nella sua accezione più concreta e tangibile, e spesso tanto lancinante da parere metafisica; ha risposte certe, strumenti efficaci: è un piccolo dio. Sedevo semisdraiato sulla tipica poltrona reclinabile, e mentre lui azionava il marchingegno e io mi reclinavo ancora più indietro, tenendo però le gambe piegate, così che mi pareva di essere quasi in posizione fetale, e lui si piegava su di me trapano alla mano in un bagliore di lampada che appariva a sua volta metafisico o di natura divina – improvvisamente mi sono visto nella posizione della mia nipotina tra le mie braccia mentre io mi piegavo su di lei, brandendo il biberon anziché il trapano. E mi sentivo altrettanto inerme, altrettanto impotente: il dentista teneva un’arma nella mia bocca, e io dovevo riporre in lui totale fiducia perché la adoperasse secondo la sua funzione e non mi perforasse l’interno di una guancia o un dente sano. Ma non avevo scelta, non potevo che abbandonarmi alla sua volontà insieme agli organi ossei nella mia bocca perché venisse soddisfatto il bisogno primario della mia liberazione da dolore e della loro riparazione dal decadimento – come la mia nipotina non può fare altro che affidare ad altri le sue fragili ossa perché venga soddisfatto il bisogno primario della propria nutrizione e del loro rinforzo.

Queste due comunissime pagine di vita, accostandosi inaspettatamente nel libro della mia vita, hanno rivelato qualcosa che ovviamente va oltre la loro natura minima e che ho focalizzato compiutamente solo in virtù di un ulteriore accostamento. Ripensando in seguito alla mia fortuita intuizione, mi è tornata alla mente una lettera di Cristina Campo, che come sempre dal fascio di eventi anche minimi sa trarre il filo più vero, più essenziale e più nascosto – la loro più profonda ragion d’essere, cioè la loro rispondenza a un destino. È una lettera del 1972 indirizzata all’amica Mita (Margherita Pieracci Harwell):

«“Io non so la via, ma tu la sai”, è il solo ragionamento possibile quando si cammina al buio. Da un mese sono nati alla mia gatta Paki-paki quattro gattini; e io vorrei imparare da loro il meraviglioso abbandono col quale piccoli, inermi, incapaci di tutto, si lasciano prendere da me, sollevare in luoghi altissimi (la mia spalla), trasportare in terribili deserti (la cucina o la terrazza), manipolare in cento modi... È il segreto della loro forza e anche della mia tenerezza – come non trattarli con immenso riguardo? Forse a noi tutti è chiesta questa cieca, questa temeraria fiducia. [...] a volte – come in questo momento – io muoio letteralmente di paura, come il gattino sollevato improvvisamente su un’altissima spalla. Che fare? Nulla. Chi mi solleva così sa quel che fa. Lasciarlo dunque fare... È immensamente difficile ma è l’unica cosa che abbia un senso».

È una particolare declinazione di quella “riverenza al proprio destino” della quale Cristina Campo era, direi, teorica più che cultrice. Per dare significato al proprio destino bisogno riconoscerlo: perciò conta tanto guardare anche ai fasci di eventi così sottili – saper esercitare un’attenzione di marca weiliana. È arte rarissima, questa: perciò, degli infiniti destini umani, sono solo così pochi a realizzarsi pienamente.

Pubblicato il 6/7/2010 alle 17.40 nella rubrica Diario.

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