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La pagina bianca

Giorni e giorni senza scrivere.

Ho dovuto guatare le pagine bianche del mio quaderno. Come chi “si volge all’acqua perigliosa e guata”. Le ho avvicinate gradualmente. Un giorno, estraendo il quaderno dalla borsa; il giorno dopo, posandolo sulla scrivania, davanti a dove sono seduto tutto il giorno, in modo che il monito non venisse meno. Le ho annusate come un cane guardingo fiuta la preda per assicurarsi che sia davvero morta. No, non mordevano. Sono riuscito a aprire il quaderno solo a notte fonda. Ma invece di incidervi il dente della mia penna mi sono messo a leggere vecchie pagine. La gradualità è d’obbligo, per un passo così lungo: la gamba della mia volontà è sempre malferma. Riaccostarsi a queste pagine significa riaccostarsi a sé stessi. Non che, quando non scrivo, non ci sia introspezione in me, ovviamente: non c’è la sua espressione, che è il dente, necessario e avvelenato, per rendere completa la mia aderenza alla carne dello spirito, me stesso a me stesso.

La liturgia dello scrivere vuole che si sacrifichi sempre sé stessi sul suo altare. E la pagina bianca, come l’ostia per Cristo, è insieme corpo e simbolo di questo sacrificio.

Pubblicato il 7/10/2010 alle 23.38 nella rubrica Diario.

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