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Apparenza e caducità

“Diceva Roberto Longhi che ci sono pittori di «mezzo Rinascimento», di Rinascimento «umbratile» (così li chiamava), che toccano il vero come si tocca una pesca: Masolino, Pisanello; pittori che altro non chiedono e amano se non di sentire e vedere le cose come appaiono, le apparenze divinamente superficiali del mondo, l’epidermide, la superficie vellutata del vero; e pensava al Veneto, il Veneto del grande Antonio Vivarini, come culla e radice di questo affabile Medioevo, di questo goticismo appena ombreggiato da una tintarella di Rinascimento. Dovendo trapiantare ideali simili in pieno Novecento, a chi si pensa? Dove trovare la delicatezza, il gusto e la rugiada del mondo, il sapore del mondo come la polpa di un frutto o la freschezza di un fiore? Si pensa a De Pisis, naturalmente; o meglio, si penserebbe a De Pisis; a quel pennello leggero, fuggitivo, incostante, veneto-emiliano; alla gioia degli occhi, alle immagini senza perché, alle carezze lasciate cadere sulle cose che passano e muoiono, ancora stillanti; se non fosse, nascosto ma forte, l’odore acre e guasto, il sospetto di decomposizione, putrefazione, corruzione che si sprigiona dalle immagini come un profumo di cimitero, un profumo dolciastro, da veglia funebre, un alito religioso o un presagio di morte. Momentanei e caduchi, rosa e grigi, i fiori e i nudi di De Pisis hanno qualcosa di marmoreo, non ci appaiono neppure malati; sanno di cenere, hanno un rigore cadaverico che grida più forte della loro dolcezza. Questo rigore è la loro oscenità, un guizzo di vita che si prolunga varcata la soglia, già iniziato il processo di morte” (Cesare Garboli).

Pubblicato il 14/5/2011 alle 20.9 nella rubrica Diario.

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